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79 anni fà nasceva l’IRI, dopo il boom economico la fame, e se la riportiamo in vita?

IRI
Facciamo un passo indietro ricostituiamo l’iri ed iniziamo veramente a produrre, ridiamo l’opportunità di un lavoro stabile a migliaia di famiglie, oggi ricorre l’anniversario della nascita della più grande azienda italiana, che nel 1980 contava 556.659 dipendenti, proprio quelli che servirebbero oggi. Nazionaliziamo le aziende in CRISI

L’IRI – acronimo di Istituto per la Ricostruzione Industriale – è stato un ente pubblico italiano, istituito nel 1933 per iniziativa dell’allora capo del Governo Benito Mussolini al fine di evitare il fallimento delle principali banche italiane (Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma) oggi Intesa San Paolo ed Unicredit e con esse il crollo dell’economia, già provata dalla crisi economica mondiale iniziata nel 1929.

Nel dopoguerra allargò progressivamente i suoi settori di intervento e fu l’ente che modernizzò e rilanciò l’economia italiana durante soprattutto gli anni ‘50 e ‘60; nel 1980 l’IRI era un gruppo di circa 1.000 società con più di 500.000 dipendenti. Per molti anni l’IRI fu la più grande azienda industriale al di fuori degli Stati Uniti d’America; nel 1992 chiudeva l’anno con 75.912 miliardi di lire di fatturato ma con 5.182 miliardi di perdite. Ancora nel 1993 l’IRI si trovava al settimo posto nella classifica delle maggiori società del mondo per fatturato, con 67.5 miliardi di dollari di vendite. Trasformato in società per azioni nel 1992, cessò di esistere dieci anni dopo.

Le origini

l’Iri nacque come ente temporaneo con lo scopo prettamente di salvataggio delle banche e delle aziende a loro connesse. Il nuovo ente era formato da una “Sezione finanziamenti” e una “Sezione smobilizzi”. Nel 1930 la crisi di liquidità del Credito Italiano portò alla fusione con la Banca nazionale di credito. Il Credito Italiano assunse le attività e le passività a breve scadenza della Banca nazionale del credito (BNC), cedendole gran parte degli investimenti a lunga scadenza. In un secondo momento la BNC cedette le sue partecipazioni in società industriali alla Società Finanziaria Italiana (Sfi), mentre le partecipazioni immobiliari e le partecipazioni in aziende di pubblica utilità furono trasferite alla Società Elettrofinanziaria. Sfi e Società Elettrofinanziaria furono messe in liquidazione nel 1934 dopo essere passate sotto il controllo dell’IRI.

Nel 1931 l’intervento pubblico riguardò la Banca Commerciale Italiana che, di fronte alla crisi del 1929, aveva aumentato la propria esposizione verso il sistema industriale. Il crollo delle quotazioni azionarie richiese l’intervento statale, che si concretizzò nella cessione dalla Comit alla Società Finanziaria Industriale Italiana della totalità delle azioni possedute dalla banca.

Nel pieno della crisi la Banca d’Italia si trovò esposta verso l’Istituto di liquidazioni, un ente pubblico creato nel 1926 per sostenere finanziariamente le imprese in crisi, e verso le banche, per oltre 7 miliardi, ovvero oltre il 50% del circolante.

Lo Stato assunse dunque le partecipazioni delle banche in crisi, finanziandole affinché non fallissero. Le partecipazioni furono poi trasferite all’IRI, la cui principale preoccupazione divenne rimborsare alla Banca d’Italia il capitale ricevuto. Una volta trasferite le quote all’Istituto, questo avviò una propria campagna di mobilitazione del credito attraverso lo strumento delle obbligazioni industriali garantite dallo Stato. L’operazione fu l’applicazione in larga scala di quanto era già stato abbozzato con l’INA, ovvero l’organizzazione del piccolo risparmio che le banche, vincolate in legami a doppio filo con il sistema industriale, non riuscivano ad impiegare in reali processi di sviluppo.

In questo modo l’IRI, e quindi lo Stato, smobilizzò le banche miste, diventando contemporanenamente proprietario di oltre il 20% dell’intero capitale azionario nazionale e di fatto il maggiore imprenditore italiano, con aziende come Ansaldo, Ilva, Cantieri Riuniti dell’Adriatico, SIP, SME, Terni, Edison. Si trattava in effetti di aziende che già da molti anni erano vicine al settore pubblico, sostenute da politiche tariffarie favorevoli e da commesse belliche. Inoltre l’IRI possedeva le tre maggiori banche italiane.

Al 1934, il valore nominale del patrimonio industriale era di 16,7 miliardi di lire, pari al 14,3% del Pil. Tra i principali trasferimenti all’ente figuravano:

la quasi totalità dell’industria degli armanenti
i servizi di telecomunicazione di gran parte dell’Italia
un’altissima quota della produzione di energia elettrica
una notevole quota dell’industria siderurgica civile
tra l’80% ed il 90% del settore di costruzioni navali e dell’industria della navigazione

Primo presidente, oltre che tra gli artefici della creazione dell’ente, fu Alberto Beneduce, economista di tradizione Socialista e fiduciario del Presidente del Consiglio dei Ministri.
IRI ente permanente

Inizialmente era previsto che l’IRI fosse un ente provvisorio il cui scopo era limitato alla dismissione delle attività così acquisite. Ciò in effetti avvenne con la Edison, che fu ceduta ai privati, ma nel 1937 il governo trasformò l’IRI in un ente pubblico permanente; in questo probabilmente influirono lo scopo di mettere in atto la politica autarchica lanciata dal governo e di tenere sotto controllo del governo le aziende navali ed aeronautiche, mentre era in corso la guerra d’Etiopia.

Per finanziare le sue aziende l’IRI emise negli anni Trenta dei prestiti obbligazionari garantiti dallo Stato, risolvendo in questo modo il problema della scarsità di capitali privati. L’IRI si diede una struttura che raggruppava le sue partecipazioni per aree merceologiche: l’Istituto sottoscriveva il capitale di società finanziarie (le “caposettore”) che a loro volta possedevano il capitale delle società operative; così nel 1936 nacque la Finmare, nel 1937 la Finsider e la STET, poi nel dopoguerra Finmeccanica, Fincantieri e Finelettrica.
Il dopoguerra

Nel dopoguerra la sopravvivenza dell’Istituto non era data per certa, essendo nato più come una soluzione provvisoria che con un orizzonte di lungo termine; di fatto però risultava difficile per lo stato cedere ai privati aziende che richiedevano grandi investimenti e davano ritorni sul lunghissimo periodo. Così l’IRI mantenne la struttura che aveva sotto il fascismo.

Solo dopo il 1950 la funzione dell’IRI fu meglio definita: una nuova spinta propulsiva per l’IRI venne da Oscar Sinigaglia, che con il suo piano per aumentare la capacità produttiva della siderurgia italiana strinse un’alleanza con gli industriali privati; si venne così a creare un nuovo ruolo per l’IRI, cioè quello di sviluppare la grande industria di base e le infrastrutture necessarie al paese, non in “supplenza” dei privati ma in una tacita suddivisione dei compiti. Ne furono esempi lo sviluppo dell’industria siderurgica, quello della rete telefonica e la costruzione dell’Autostrada del Sole, iniziata nel 1956.
“La formula IRI

Negli anni ‘60, mentre l’economia italiana cresceva ad alti ritmi, l’IRI era tra i protagonisti del “miracolo” italiano. Altri paesi europei, in particolare i governi laburisti inglesi, guardavano alla “formula IRI” come ad un esempio positivo di intervento dello stato dell’economia, migliore della semplice “nazionalizzazione” perché permetteva una cooperazione tra capitale pubblico e capitale privato.

In molte aziende del gruppo il capitale era misto, in parte pubblico, in parte privato. Molte aziende del gruppo IRI rimasero quotate in borsa e le obbligazioni emesse dall’Istituto per finanziare le proprie imprese erano sottoscritte in massa dai risparmiatori.
La teoria degli “oneri impropri”

Ai vertici dell’IRI si insediarono esponenti della DC come Giuseppe Petrilli, presidente dell’Istituto per quasi vent’anni (dal 1960 al 1979). Petrilli nei suoi scritti elaborò una teoria che sottolineava gli effetti positivi della “formula IRI”. Attraverso l’IRI le imprese erano utilizzabili per finalità sociali e lo stato doveva farsi carico dei costi e delle diseconomie generati dagli investimenti; significava che l’IRI non doveva necessariamente seguire criteri imprenditoriali nella sua attività, ma investire secondo quelli che erano gli interessi della collettività anche quando ciò avrebbe generato “oneri impropri”, cioè anche in investimenti antieconomici.

Questa prassi, generalmente ritenuta connaturata all’esistenza stessa dell’Iri per il suo essere azienda pubblica, non era in realtà data per scontata al momento della sua creazione. La pratica amministrativa del suo fondatore, Alberto Beneduce, si fondava al contrario sull’assoluto rigore di bilancio e sulla limitazione delle assunzioni all’essenziale per garantire un funzionamento snello ed efficiente dell’organizzazione. Allo stesso modo, durante i primi anni di vita si scelse a livello gestionale di non procedere con operazioni di salvataggio, reali o camuffate.

Critico verso la prassi assistenzialista, in linea quindi con la falsariga del modello Beneduciano fu il secondo Presidente della Repubblica Italiana, il pur liberale Luigi Einaudi, che ebbe a dire: «L’impresa pubblica, se non sia informata a criteri economici, tende al tipo dell’ospizio di carità».

Si veda a raffronto, due paragrafi più in basso, l’incremento del numero di dipendenti Iri, aumento che solo in parte può essere spiegato con l’espansione dell’attività produttiva in capo all’ente.

Poiché gli obiettivi dello stato erano sviluppare l’economia del Mezzogiorno e mantenere la piena occupazione, l’IRI doveva concentrare i propri investimenti nel Sud ed incrementare l’occupazione nelle proprie aziende. La posizione di Petrilli rifletteva quelle già diffuse in alcune correnti della DC, che cercavano una “terza via” tra il liberismo ed il comunismo; il sistema misto delle imprese a partecipazione statale dell’IRI sembrava realizzare questo ibrido tra due sistemi agli antipodi.
Gli investimenti ed i salvataggi

L’IRI effettivamente poneva in essere grandissimi investimenti nel Sud Italia, come la costruzione dell’Italsider di Taranto e quella dell’AlfaSud di Pomigliano d’Arco e di Pratola Serra in Irpinia; altri furono programmati senza essere mai essere realizzati, come il centro siderurgico di Gioia Tauro . Per evitare gravi crisi occupazionali, l’IRI venne spesso chiamato in soccorso di aziende private in difficoltà: ne sono esempi i “salvataggi” della Motta e dei Cantieri Navali Rinaldo Piaggio e l’acquisizione di aziende alimentari dalla Montedison; questo portò ad un incremento progressivo di attività e dipendenti dell’Istituto.

Gruppo IRI – andamento numero dipendenti
Anno Dipendenti
1938 201.577
1950 218.529
1960 256.967
1970 357.082
1980 556.659
1985 483.714
1995 263.000

I debiti e la crisi

All’IRI vennero richiesti ingentissimi investimenti anche in periodi di crisi, quando i privati riducevano i loro investimenti. Lo Stato erogava i cosiddetti “fondi di dotazione” all’IRI, che poi li allocava alle sue caposettore sotto forma di capitale; tali fondi però non erano mai sufficienti per finanziare gli enormi investimenti e spesso venivano erogati con ritardo. L’Istituto e le sue aziende dovevano quindi finanziarsi con l’indebitamento bancario, che negli anni Settanta crebbe a livelli vertiginosi: gli investimenti del gruppo IRI erano coperti da mezzi propri solo per il 14%; il caso più estremo era la Finsider dove nel 1981 questo rapporto scendeva al 5%. Gli oneri finanziari portarono in rosso i conti dell’IRI e delle sue controllate: nel 1976 si verificò che tutte le aziende del settore pubblico chiusero in perdita[10]. In particolare, la siderurgia e la cantierisitica riportarono perdite fino agli anni ‘80, così come erano pessimi i risultati economici dell’Alfa Romeo. La gestione anti-economica delle aziende IRI portò gli azionisti privati ad uscire progressivamente dal loro capitale. All’inizio degli anni ‘80 i governi iniziarono un ripensamento sulla funzione e sulla gestione delle aziende pubbliche.
L’epoca Prodi

Nel 1982 il governo affidò la presidenza dell’IRI a Romano Prodi. La nomina di un economista (seppur sempre politicamente di area democristiana, come il predecessore Pietro Sette) alla guida dell’IRI costituiva in effetti un segno di discontinuità rispetto al passato. La ristrutturazione dell’IRI durante la presidenza Prodi portò a:

la cessione di 29 aziende del gruppo, tra le quali la più grande fu l’Alfa Romeo, privatizzata nel 1986;
la diminuzione dei dipendenti, grazie alle cessioni ed a numerosi prepensionamenti, soprattutto nella siderurgia e nei cantieri navali;
la liquidazione di Finsider, Italsider ed Italstat;
lo scambio di alcune aziende tra STET e Finmeccanica;
la tentata vendita della SME al gruppo CIR di Carlo De Benedetti, che venne fortemente ostacolata dal governo di Bettino Craxi. Fu organizzata una cordata di imprese, comprendente anche Silvio Berlusconi che avanzarono un’offerta alternativa per bloccare la vendita. L’offerta non venne poi onorata per carenze finanziarie, ma intanto la vendita della SME sfumò. Prodi fu accusato di aver stabilito un prezzo troppo basso (vicenda SME).

Il risultato fu che nel 1987, per la prima volta da più di un decennio, l’IRI riportò il bilancio in utile, e di questo Prodi fece sempre un vanto, anche se a proposito di ciò Enrico Cuccia affermò:
« (Prodi) nel 1988 ha solo imputato a riserve le perdite sulla siderurgia, perdendo come negli anni precedenti. »

( S.Bocconi, I ricordi di Cuccia. E quella sfiducia sugli italiani, Corriere della Sera, 12 novembre 2007)

È comunque indubbio che in quegli anni l’IRI aveva per lo meno cessato di crescere e di allargare il proprio campo di attività, come invece aveva fatto nel decennio precedente, e per la prima volta i governi cominciarono a parlare di “privatizzazioni”.
L’accordo Andreatta-Van Miert

Per le sorti dell’IRI fu decisiva l’accelerazione del processo di unificazione europea, che prevedeva l’unione doganale nel 1992 ed il successivo passaggio alla moneta unica sotto i vincoli del Trattato di Maastricht. Per garantire il principio della libera concorrenza, la Commissione Europea negli anni Ottanta aveva incominciato a contestare alcune pratiche messe in atto dai governi italiani, come la garanzia dello stato sui debiti delle aziende siderurgiche e la pratica di affidare i lavori pubblici all’interno del gruppo IRI senza indire gara d’appalto europea. Le ricapitalizzazioni delle aziende pubbliche e la garanzia dello Stato sui loro debiti furono da allora considerati aiuti di stato, in contrasto con i principi su cui si basava la Comunità Europea; l’Italia si trovò quindi nella necessità di riformare secondo criteri di gestione più vicini alle aziende private il suo settore pubblico incentrato su IRI, ENI ed EFIM. Nel luglio 1992 l’IRI e gli altri enti pubblici furono convertiti in Società per azioni. Nel luglio dell’anno successivo il commissario europeo alla Concorrenza Karel Van Miert contestò all’Italia la concessione di fondi pubblici all’EFIM, che non era più in grado di ripagare i propri debiti.

Per evitare una grave crisi d’insolvenza, Van Miert concluse con l’allora ministro degli Esteri Beniamino Andreatta un accordo che consentiva allo Stato italiano di pagare i debiti dell’EFIM, ma a condizione dell’impegno incondizionato a stabilizzare i debiti di IRI, ENI ed ENEL e poi a ridurlo progressivamente ad un livello comparabile con quello delle aziende private entro il 1996. Per ridurre in modo così sostanzioso i debiti degli ex-enti pubblici l’Italia non poteva che privatizzare gran parte delle aziende partecipate dall’IRI.
Le privatizzazioni

L’accordo Andreatta-Van Miert impresse una forte accelerazione alle privatizzazioni, iniziate già nel 1992 con la vendita del Credito Italiano. Nonostante alcuni pareri contrari, il ministero del Tesoro scelse di non privatizzare l’IRI SpA, ma di smembrarlo e di vendere le sue aziende operative; tale linea politica fu inaugurata sotto il primo governo di Giuliano Amato e non fu mai messa realmente in discussione dai governi successivi. Raggiunti nel 1997 i livelli di indebitamento fissati dall’accordo Andreatta-Van Miert, le dismissioni dell’IRI proseguirono comunque e l’Istituto aveva perso qualsiasi funzione se non quella di vendere le sue attività e di avviarsi verso la liquidazione.

Tra il 1992 ed il 2000 l’IRI vendette partecipazioni e rami d’azienda che determinarono un incasso per il ministero del Tesoro, suo unico azionista, di 56.051 miliardi di lire, cui vanno aggiunti i debiti trasferiti. Hanno suscitato critiche le cessioni ai privati, tra le altre, di aziende in posizione pressoché monopolistica come Telecom Italia ed Autostrade S.p.A., che hanno garantito agli acquirenti posizioni di rendita.
L’analisi della Corte dei Conti sulla stagione delle privatizzazioni

Con un documento pubblicato il 10 febbraio 2010, ormai ultimata la stagione delle privatizzazioni che prese il via quasi 20 anni prima, la Corte dei Conti ha reso pubblico uno studio nel quale elabora la propria analisi sull’efficacia dei provvedimenti adottati. Il giudizio, che rimane neutrale, segnala sì un recupero di redditività da parte delle aziende passate sotto il controllo privato; un recupero che, tuttavia, non è dovuto alla ricerca di maggiore efficienza quanto piuttosto all’incremento delle tariffe di energia, autostrade, banche, etc ben al di sopra dei livelli di altri paesi Europei. A questo aumento, inoltre, non avrebbe fatto seguito alcun progetto di investimento volto a migliorare i servizi offerti. Più secco è invece il giudizio sulle procedure di privatizzazione, che:
« evidenzia una serie di importanti criticità, che vanno dall’elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors ed organismi di consulenza al non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito »
La liquidazione

Le poche aziende (Finmeccanica, Fincantieri, Fintecna, Alitalia e RAI) rimaste in mano all’IRI furono trasferite sotto il diretto controllo del Tesoro. Nonostante alcune proposte di mantenerlo in vita, trasformandolo in una non meglio precisata “agenzia per lo sviluppo”, il 27 giugno 2000 l’IRI fu messo in liquidazione e nel 2002 fu incorporato in Fintecna, scomparendo definitivamente. Prima di essere incorporato dalla sua controllata ha però pagato un assegno al Ministero del Tesoro di oltre 5000 miliardi di lire, naturalmente dopo aver saldato ogni suo debito.
La governance dell’IRI

Per la maggior parte della sua storia l’IRI è stato un ente pubblico economico, che rispondeva formalmente al Ministero delle Partecipazioni Statali, che fino agli anni ’80 fu ricoperto da esponenti della DC.

A capo dell’IRI vi erano un consiglio di amministrazione ed il comitato di presidenza, formato dal presidente e da membri nominati dai partiti di governo. Se il presidente dell’IRI fu sempre espressione della DC, la vicepresidenza fu spesso ricoperta da esponenti del PRI come Bruno Visentini (per più di vent’anni) prima e Pietro Armani poi, a controbilanciare il peso dei cattolici con quello dei grandi imprenditori privati e laici, di cui i repubblicani erano espressione. Le nomine ai vertici delle banche, delle finanziarie e delle maggiori aziende erano decise dal comitato di presidenza ma, soprattutto durante il mandato di Petrilli, i poteri erano concentrati nelle mani del presidente e di poche persone a lui vicine.

Dopo la trasformazione dell’IRI in società per azioni nel 1992, il consiglio d’amministrazione dell’Istituto fu ridotto a tre soli membri e l’influenza della DC e degli altri partiti, in un periodo in cui molti loro esponenti furono coinvolti nelle indagini di Tangentopoli, fu di molto ridotta. Negli anni delle privatizzazioni, la gestione dell’IRI fu accentrata nelle mani del Ministero del Tesoro.
Le partecipazioni IRI

Le partecipazioni dell’IRI erano strutturate in una serie di holding di settore che a loro volta controllavano le società operative. Le principali aziende controllate dall’IRI sono state:

Banche di Interesse Nazionale
Banca Commerciale Italiana (secondo maggior azionista: Generali, Paribas), privatizzata con OPA nel 1994
Credito Italiano (secondo maggior azionista: Alleanza Assicurazioni 5%), privatizzata con OPA nel 1993
Banco di Roma (secondo maggior azionista: Toro Assicurazioni 10%, Banca Commerciale Italiana 5%), confluito nella Banca di Roma nel 1992
Siderurgia
Finsider: 99,82%. Ricostituita nel 1988 come Ilva, privatizzata “a pezzi” (operazione conclusa nel 1995)
Meccanica
Finmeccanica: 86,6%. La proprietà fu trasferita al Ministero dell’Economia e delle Finanze
Cantieristica
Fincantieri: 99,9%. La proprietà fu trasferita al Ministero dell’Economia e delle Finanze
Costruzioni
Italstat: 99.99%. Fusa nel 1991 in Iritecna, poi sostituita nel 1994 da Fintecna, la cui proprietà fu trasferita al Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Telecomunicazioni
STET: 56,56%. Fusa nel 1997 con Telecom Italia, la cui proprietà fu trasferita al Ministero dell’Economia e delle Finanze e privatizzata nel 1997.
Trasporto via mare
Finmare: 99,88%. La proprietà del suo principale asset, Tirrenia fu inglobata in Fintecna e trasferita al Ministero dell’Economia e delle Finanze
Trasporto via cielo
Alitalia 89,3%. La proprietà fu trasferita al Ministero dell’Economia e delle Finanze
Trasporto via strada
Autostrade. La proprietà fu trasferita al Ministero dell’Economia e delle Finanze, poi privatizzata nel 1999
Alimentare
SME (secondo maggior azionista: Mediobanca 4%), privatizzata “a pezzi” negli anni ‘90.
Teleradiodiffusione
RAI 99,55%. La proprietà fu trasferita al Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Altro
Cofiri: 100%
Sofin: 100%
Società per la Promozione e Sviluppo Industriale – SPI: 97,5%
Aerhotel: Ceduta a Starwood Hotels & Resorts Worldwide Inc.

Le ”Nuove IRI

In linguaggio giornalistico l’IRI è rimasto come paradigma della mano pubblica che raccoglie partecipazioni in aziende senza troppi criteri imprenditoriali. Così enti statali come la Cassa Depositi e Prestiti e Sviluppo Italia sono stati soprannominati “nuove IRI”, con una certa connotazione negativa, a sottolinearne le finalità politiche e clientelari che tenderebbero, secondo i critici, a prevalere su quelle economiche.
Bilancio 1997

Nel 1997 IRI S.p.A. ha ottenuto 40095 miliardi di lire di ricavi, un utile di 4885 miliardi, debiti per 33831 miliardi, un indebitamento finanziario netto di 19579 miliardi, un patrimonio netto di 15480 miliardi, 4371 miliardi di partecipazioni in aziende controllate e collegate, 125415 dipendenti.

Fonte: Bilancio Consolidato IRI S.p.A. al 31.12.1997
Bilancio 1998

Nel 1998 IRI S.p.A. ha ottenuto 36150 miliardi di lire di ricavi, un utile di 3445 miliardi, debiti per 77448 miliardi, indebitamento finanziario netto di 12232 miliardi, 4236 miliardi di partecipazioni in aziende controllate e collegate, 18038 miliardi di patrimonio netto, 112651 dipendenti.

Fonte: Bilancio Consolidato IRI S.p.A. al 31.12.1998
Bilancio 1999

Nel 1999 IRI S.p.A. ha ottenuto 36348 miliardi di ricavi, un utile di 6640 miliardi, debiti per 63842 miliardi, un indebitamento finanziario netto di 6476 miliardi, 4201 miliardi di partecipazioni in controllate e collegate, patrimonio netto di 22312 miliardi, 108970 dipendenti.

Fonte: Bilancio Consolidato IRI S.p.A. al 31.12.1999
Presidenti

Alberto Beneduce (1933-1939)
Francesco Giordani (1939-1943)
Alberto Asquini (1943-1944)
Vincenzo Tecchio (Commissario Alta Italia,1944-1945)
Leopoldo Piccardi (Commissario Alta Italia,1944-1946)
Giuseppe Paratore (1946-1947)
Imbriani Longo (1947)
Enrico Marchesano (1948-1950)
Isidoro Bonini (1950-1955)
Aldo Fascetti (1956-1960)
Giuseppe Petrilli (1960-1979)
Pietro Sette (1979-1982)
Romano Prodi (1982-1989)
Franco Nobili (1989-1993)
Romano Prodi (1993-1994)
Michele Tedeschi (1994-1997)
Gian Maria Gros-Pietro (1997-1999)
Piero Gnudi (1999-2002)

”Torni a bordo, cazzo!”: Schettino ai domiciliari dopo l’audio sconvolgente

Concordia

Costa Concordia

Il comandante da ieri sera è a casa. La Costa Crociere entra nell’inchiesta. Il Fatto Quotidiano e il corriere.it pubblicano le telefonate.

Un vero e proprio ammutinamento, con il comandante Francesco Schettino che perde il controllo del suo equipaggio e si rifiuta, nei fatti, di risalire a bordo della Costa Concordia. E con l’equipaggio che decide di mettere in mare le scialuppe un quarto d’ora prima della decisione ufficiale di evacuare la nave.
Queste le telefonate con il comandante Gregorio De Falco della Capitaneria di porto pubblicate oggi da Il Fatto Quotidiano, il giornale diretto da Antonio Padellaro.
La ricostruzione, in esclusiva, è pubblicata con la firma di Emiliano Liuzzi e Diego Pretini.
Qui l’audio della telefonata con Gregorio De Falco della capitaneria di porto pubblicata dal Corriere della Sera.
Intanto Schettino ha ottenuto dal Gip gli arresti domiciliari e, dalla notte scorsa, è a casa sua, a Meta di Sorrento.

Nell’inchiesta sta per entrare la Costa Crociere
Ma nell’inchiesta starebbero per rientrare anche i vertici della Costa Crociere.
Schettino, infatti, che non parlva con la capitaneria di porto di Livorno, se non a fatica, fin dal primo momento dell’impatto con lo scoglio del Giglio è stato in contatto con Roberto Ferrarini, capo dell’unità di crisi dell’armatore.

Le telefonate su Il Fatto Quotidiano
“La nave era ingovernabile, è finita in quella secca solo per un puro caso. Naufragio? È improprio, più corretto parlare di ammutinamento”. Questo perché prima della dichiarazione di abbandono della nave erano già partite da 15 minuti le operazioni di evacuazione. Ma soprattutto perché una volta abbandonata la nave il comandante della nave ha disobbedito a ordini di superiori che gli dicevano di tornare a bordo.
A confermarlo è la stessa Capitaneria di Porto di Livorno che ha registrato le telefonate tra la sala operativa e il comandante della nave che era sceso, praticamente prima ancora che iniziasse la vera e propria evacuazione.

Le comunicazioni via radio
Ilfattoquotidiano.it è riuscito a venire in possesso delle comunicazioni via radio con la nave e le tre telefonate che sono intercorse tra la Capitaneria e il comandante del Concordia Francesco Schettino.
Via radio, poco prima che la nave affondasse, per due volte, la capitaneria si è messa in contatto con la plancia di comando.

“Concordia è tutto ok?” “Positivo”
“Concordia, è tutto ok?”. “Positivo”, rispondono dalla nave, abbiamo solo un piccolo guasto tecnico. Erano le 21.49, e il Concordia era già sulla secca dove si trova adesso. Cinque minuti dopo, la sala operativa di Livorno sollecita ancora una volta il Concordia: lo fanno perché i carabinieri di Prato gli riferiscono il contatto con un passeggero che parla di problemi e pronuncia la parola naufragio.

“Solo un problema tecnico”
“Concordia, chiediamo se da voi è tutto ok”, è ancora la domanda del comandante di turno. “Solo un problema tecnico”. “Ci comunicate la vostra posizione?”. “Abbiamo solo un problema tecnico e non siamo in grado, ma appena risolto vi comunichiamo noi”.
Da quel momento in poi tutte le chiamate verso il Concordia, via radio, resteranno senza risposta, l’equipaggio è sulle scialuppe e non è in grado di rispondere. Alle 0,32 il comandante e già sullo scoglio. “Quante persone ci sono a bordo?”. Risposta: “Due, trecento”.

4.200 persone ancora a bordo alle 0,32
La nave è in realtà piena, sono in 4.200, tra passeggeri e equipaggio. Sono trascorsi 40 minuti dall’ordine di evacuazione. “Torno sul ponte, vado a vedere”.
Alle 0.42 una seconda telefonata, in cui la capitaneria chiede: “Quanta gente deve scendere”. “Ho chiamato l’armatore e mi dicono che mancano una quarantina di persone”.

“La nave appoppa, l’abbiamo abbandonata”
Il comandante dei vigili del fuoco di Grosseto dirà al Procuratore che in quel momento il comandante è sugli scogli insieme ad altri ufficiali. “Com’è possibile così poche persone? Ma lei è a bordo?”.
“No, non sono a bordo perché la nave sta appoppando, l’abbiamo abbandonata”. “Ma come, ha abbandonato la nave?”, chiede la Guardia Costiera. “No, ma che abbandonata, sono qui”.

Ore 1,46: “Torni a bordo”
All’1,46 la terza telefonata, quella più concitata. In un crescendo di toni. “Parlo con il comandante?”, dice l’ufficiale della Capitaneria. Dopo qualche secondo di pausa. “Sì, sono il comandante. Si sono Schettino”.
“Allora, lei adesso torna a bordo, risale la bigaccina (scaletta, ndr.) e torna a prua e coordina i lavori”.
Lui sta in silenzio. L’ufficiale insiste. “Lei mi deve dire quante persone ci sono, quanti passeggeri, donne e bambini e lì coordina i soccorsi”. Lui: “Sono a bordo…. ma sono qui”.

“Comandante è un ordine…”
“Comandante questo è un ordine, adesso comando io, lei ha dichiarato l’abbandono della nave e va a coordinare i soccorsi a prua. Ci sono già dei cadaveri”, dice l’ufficiale da Livorno Schettino alla parola cadaveri chiede: “Quanti?”.
Dall’altro capo: “Dovrebbe dirmelo lei. Cosa vuole fare, vuole andare a casa? Lei ora torna sopra e mi dice cosa si può fare, quante persone ci sono, e di cosa hanno bisogno”. “Va bene, sto andando”.

Oggi risponderà al Gip
Fin qui la ricostruzione de Il Fatto Quotidiano. Oggi Schettino dovrà spiegare al Gip che cosa è successo e perché si è comprtato in un modo che appare incredibile, vista anche la lunga esperienza del comandante.
Schettino è stato fermato sabato sera con accuse gravissime: omicidio colposo plurimo, disastro, e l’accusa forse più infamante che si possa muovere contro chi naviga in mare: abbandono della nave. Ora è sorvegliato a vista.
Si teme infatti che il comandante della Costa Concordia Francesco Schettino possa farsi del male con gesti autolestionistici.
Schettino è diventato infatti l’accusato numero uno della tragedia all’isola del Giglio.

Dal carcere: “Sono affranto”
“Affranto, costernato, addolorato per le perdite umane e fortemente turbato per l’accaduto”: così il difensore del comandante Schettino, l’avvocato Bruno Leporatti, ha trovato il comandante della nave in carcere.
“Tuttavia – ha proseguito il difensore – è confortato dalla consapevolezza di aver mantenuto, in quei frangenti, la lucidità necessaria per attuare una difficile manovra di emergenza che, conducendo la nave su un basso fondale, ha di fatto salvato la vita di tante persone”.
Poi l’avvocato Leporatti ha aggiunto: ‘’Il comandante Schettino ha manifestato il proposito di rispondere alle domande che, domani, gli saranno formulate dal giudice e quindi di contribuire lealmente a chiarire la propria posizione’‘.

“Scaricato” da Costa Crociere
“Il comandante ha commesso degli errori”: ha detto a chiare lettere stamattina l’amministratore delagato di Costa Crociere Pier Luigi Foschi nella prima conferenza stampa dopo la tragedia all’isola del Giglio. Spiegando che la deviazione della rotta per l’“inchino” all’isola (l’avvicinarsi alla costa per salutare gli abitanti e, soprattutto, l’ex ammiraglio Mario Palombo) è stata un’iniziativa e una manovra “non autorizzata” e di cui “Costa Crociere non era a conoscenza”.

Costa si dissocia dal comandante
Di più. Nel commentare la manovra, Foschi spiega che “Costa Crociere non prende solo le distanze…si dissocia totalmente dalla condotta del comandante”.
La compagnia si allinea quindi alla tesi accusatoria della procura di Grosseto, differenziandosi solo nella seconda fase, quella del salvataggio.
Dice infatti Foschi: “Da testimonianza interne – che reputiamo affidabili ma che comunque andranno verificate – il comandante ha fatto tutto ciò che doveva” (ndr: quindi non avrebbe abbandonato la nave).

Gli interrogativi (al momento) senza risposta
Ma possibile che l’”errore umano” (queste le parole di Costa Crociere) di un’unica persona sia in grado di causare un disastro simile? Perché non sono intervenuti il primo o il secondo ufficiale? E ancora: com’è possibile che un comandante con un’esperienza di 10 anni nella compagnia – entrato in Costa Crociere nel 2002 come ufficiale responsabile della sicurezza e promosso comandante nel 2006 – possa commettere uno sbaglio così clamoroso?
L’amministratore delegato Foschi sembra mettere le mani avanti durante l’incontro con i giornalisti. “Come tutti i comandanti della flotta – spiega – ha partecipato ad un continuo programma di aggiornamento e addestramento, sia obbligatorio che spontaneo, ed ha superato positivamente tutte le verifiche di idoneità previste, provando in ogni momento la sua idoneità al comando”.

Competenza dimostrata dopo lo scontro
E la sua idoneità – dicono alcuni esperti – è stata ben dimostrata nella manovra successiva allo scontro con la roccia di granito che ha squarciato la nave.
“A questo punto Schettino – scrive La Stampa – ha eseguito una manovra che, gli va riconosciuto, ha impedito che il bilancio del disastro diventasse ancora più grave: ha gettato l’ancora puntando verso la vicina secca a destra dell’imboccatura del porto, in maniera tale da far compiere alla nave una rotazione di 180 gradi. Se avesse puntato al largo la Concordia sarebbe sicuramente colata a picco con conseguenze inimmaginabili in termini di vite umane”.
Parole che certo non sembrano descrivere un incompetente. Eppure le accuse – al momento – sono tutte contro di lui.

Sostegno su Facebook
A difendere il comandante ci prova qualcuno su Facebook. Il gruppo “A sostegno di Francesco Schettino, com.te Costa Concordia” – circa 1.500 fan – invita a non colpevolizzare il comandante senza alcuna prova ed elogia la manovra del comandante successiva all’impatto con la roccia.
“I vecchi marinai del Giglio – scrive l’amministratore – l’hanno detto fin da subito: la manovra ha del miracoloso. Dopo l’urto che ha aperto lo squarcio nello scafo dell’enorme imbarcazione, infatti, Schettino si è avvicinato all’ingresso del porto, permettendo così un soccorso più facile per le oltre 4.200 persone a bordo”.
Poi la testimonianza di Katia Keyvanian, una hostess di Costa Crociere imbarcatasi sulla Concordia il 13 gennaio. “Non è vero che il Comandante è sceso per primo”: dice. “Io ero sull’ultima lancia e lui rimasto attaccato alla ringhiera al ponte 3, mentre la nave affondava”.

il comandante ha abbandonato la nave
È stato arrestato Francesco Schettino, il comandante della Costa Concordia, in servizio alla Costa Crociere da 11 anni, che era stato fermato ieri sera. Per lui gravi accuse, tra cui l’abbandono della nave molte ore prima che l’evacuazione fosse terminata.
A cui se ne è aggiunta un’altra. Schettino è stato arrestato perché, secondo la Procura di Grosseto, “voleva fuggire dall’Italia”.

Rifiutò di risalire a bordo
Emergono, nel pomeriggio, altri particolari a suo carico. La Guardia costiera, a quanto si sa, venerdì, nel corso della notte del naufragio invitò più volte Schettino a risaliere a bordo per guidare le operazioni di salvataggio, ma il comandante – dopo aver risposto che l’avrebbe fatto – in realtà non tornò sulla nave.
C’è da tener presente, però, che il capitano poteva essere sotto choc e questa potrebbe essere una delle spiegazioni del suo rifiuto a risalire sulla Costa Concordia.

Che cosa è successo sulla nave?
Che cosa è successo sulla Costa Concordia? Perchè la nave, che doveva stare a 5 miglia dalla costa dalla costa, si è avvicinata a 3 miglia, al punto da finire nelle secche e da impattare contro uno scoglio che le ha aperto due squarci su entrambe le fiancate? È quello che stanno cercando di capire gli inquirenti, che presto esamineranno le scatole nere messe sotto sequestro assieme all’intera nave. Gli investigatori stanno anche valutando le responsabilità di altri membri dell’equipaggio.

Le ipotesi di reato
Naufragio, omicidio e disastro colposi tra le ipotesi di reato nel fascicolo aperto dal Procuratore generale di Grosseto, Francesco Verusio, che – dopo ore di interrogatorio – ha deciso di fermare il comandante della nave, Francesco Schettino, 52 anni, originario di Meta di Sorrento (nella foto il capitano al momento del fermo).

Le accuse del Procuratore Verusio
Il Procuratore Verusio, collegato ieri sera intorno alle 22 con uno Speciale del Tg de La7 condotto da Enrico Mentana, ha parlato di “gravi responsabilità del capitano”.
“Il comandante della nave – ha detto il Procuratore – ha deviato dalla rotta e si è accostato troppo all’isola del Giglio, accostandosi a uno scoglio che era segnalato dalle carte nautiche”.
Secondo il Procuratore potrebbe essere accaduto che la nave si è accostata tanto al Giglio “per salutare qualcuno in particolare”.
E il nome del vecchio comandante è spuntato dalla corrispondenza tra il sindaco del Giglio e Massimo Garbarino, un altro capitano della Costa Crociere.

La prua della nave verso Sud
La prua della nave è rivolta verso Sud, perché – evidentemente – la Costa Concordia, dopo aver toccato lo scoglio, ha “sterzato” di brutto e questo avrebbe aggravato la situazione dell’imbarcazione.

“Manovra maldestra”, indagato anche il primo ufficiale
I reati contestati a Schettino, e al primo ufficiale in plancia Ciro Ambrosio, sono omicidio colposo plurimo, naufragio e abbandono della nave mentre c’erano ancora molti passeggeri da trarre in salvo.
L’impatto, secondo il P, sarebbe avvenuto in conseguenza di una “manovra maldestra”:

Schettino da 11 anni alla Costa Crociere
Le domande che si pongono tutti sono state poste, negli uffici della Capitaneria di porto dell’Isola del Giglio, a Francesco Schettino, comandante della Costa Concordia, la nave naufragata ieri sera al largo dell’Isola del Giglio. Schettino, si è appreso in serata, è in stato di fermo e il suo interrogatorio prosegue.
Schettino, 52 anni, campano, lavora da 11 anni alla Costa Crociere – come ha detto il direttore generale della compagna Onorato – e da 6 è comandante delle navi dell’armatore.

Il comandante: “La roccia non era segnalata sulla carta nautica”
Il comandante Schettino avrebbe detto che la nave viaggiava “su una rotta turistica consentita e che lo scoglio contro cui ha impattato la nave da crociera non era segnalato sulla carta nautica Secondo la carta doveva esserci acqua a sufficienza sotto di noi”. Si è poi appreso che il comandante ha telefonato alla madre Rosa questa mattina all’alba comunicandole che era “accaduta una tragedia” ma che aveva fatto tutto quello che era necessario per salvare i passeggeri.

Il direttore generale di Costa Crociere: “Il comandante era al timone”
“Il comandante della Costa Concordia è con noi da 11 anni – ha detto Gianni Onorato – Al momento della collisione con lo scoglio era al timone e dopo aver valutato i primi danni ha deciso di mettere in sicurezza la nave, cioè di mettere in sicurezza gli ospiti e l’equipaggio, e poi ha dato l’ordine di evacuazione” e di abbandono della nave.
Il dg di Costa Crociere ha anche fatto osservare che “purtroppo c’è stata una inclinazione repentina, troppo veloce della nave, che ha fatto interrompere il normale programma di evacuazione, che si stava svolgendo correttamente. Da questo momento in poi – ha continuato a spiegare Onorato – sono dovute intervenire le autorità italiane, la guardia costiera e le Capitanerie di porto a cui sono passate in mano le operazioni di salvataggio e di soccorso”.

Il varo senza… champagne
SkyTg24 ha anche mostrato un video del varo della nave nel 2005: la tradizionale bottiglia di champagne non si ruppe contro la fiancata, come vuole la tradizione beneaugurante, tra gli “oooh” di disappunto dei presenti.
Ma poi il Tg ha – giustamente – aggiunto che si tratta solo di una curiosità.

Perchè la nave è finita fuori rotta?
Il comandante deve ricostruire le fasi dell’incidente e spiegare come mai si fosse avvicinato così tanto all’isola. Secondo i programmi, infatti, la Concordia avrebbe dovuto attraversare il canale tra l’Argentario e l’Isola del Giglio a 5 miglia dalla costa italiana, e quindi a 3 dall’isola e dalla secca sulla quale si è incagliata. Il Giglio dista, infatti, dalla terraferma 16 km, cioè 8,6 miglia nautiche.

Manca ancora la lista degli imbarcati
Nella tarda mattinata di oggi, secondo i vigili del fuoco, non era ancora stato reso disponibile un elenco ufficiale delle persone presenti sulla Concordia, e di conseguenza non era possibile avere un conteggio certo del numero di dispersi.
I soccoritori, a bordo dell’imbarcazione ormai sdraiata su un fianco, stanno ancora ispezionando tutti i locali alla ricerca di altre persone eventualmente rimaste all’interno.

Ciao Angelo, …

Angelo Amendolia

Abbiamo appena appreso che l’amico Angelo Amendolia, ci ha lasciati, abbiamo perso un amico, un fratello, un paesano che ci ha rappresentato in Italia e nel mondo, un compagno di mille battaglie, un vero e proprio Punto di Riferimento, la nostra stella polare, sinonimo di lealtà, onestà e fraternità, con immensa stima il CdA e l’Assemblea dell’Associazione Turistica Pro Loco di Pace del Mela porge il proprio cordoglio alla famiglia e a coloro che sono stati vicini. Ciao Angelo…

da Wikipedia,
Angelo Amendolia (Pace del Mela, 26 settembre 1951) è un arbitro di calcio italiano.
Carriera

Nel 1987 in occasione di Sampdoria-Avellino, non più giovanissimo, fece il suo debutto in Serie A, per volontà dell’allora designatore Cesare Gussoni. Nel 1991, assieme a Fabio Baldas, venne proposto per essere nominato arbitro internazionale, esperienza che sarebbe stata portata avanti fino al 1995. Nel 1993 arbitrò la sua prima finale di Coppa Italia (Roma-Torino) e nello stesso anno ottenne il Premio Mauro, il massimo riconoscimento per la categoria. Nel 1995 diresse, per la seconda volta, la finale di Coppa Italia (Juventus-Parma). Proprio in quell’anno, in occasione della partita di campionato Padova-Genoa, pose termine all’attività arbitrale con un anno di anticipo: infatti all’inizio del campionato successivo decide di dimettersi ufficialmente per motivi personali, proprio dopo che l’allora designatore di Serie A Paolo Casarin lo aveva rimproverato per l’impreparazione nei test atletici. Il bilancio complessivo di Amendolia è di 108 presenze nella massima divisione.

A livello internazionale vanta la partecipazione ai Mondiali FIFA Under-17 disputati in Italia nel 1991, ed una presenza nei gironi di UEFA Champions League (nel 1993 diresse CSKA Mosca-Club Brugge).
Moviolista

Nel 1996 ha lavorato presso l’emittente Telemontecarlo come moviolista delle trasmissioni Galagol e Goleada, condotte entrambe da Massimo Caputi e con la partecipazione di Giacomo Bulgarelli: infatti il network di proprietà di Vittorio Cecchi Gori si era aggiudicato l’asta per i diritti televisivi della Serie A a discapito della RAI, e aveva urgente necessità di trovare nuovi personaggi e nuove competenze per lanciare il nuovo programma-contenitore dedicato al calcio.

da Corriere della Sera Archivio Storico,

anche gli arbitri saranno della partita. Amendolia a sinistra, Schiavon col PATTO
Angelo Amendolia, 43 anni, si presenta come indipendente nella lista dei progressisti del collegio 4 della Sicilia. Mariano Schiavon candidato nel collegio 17 Veneto 1 per il PATTO PER LITALIA di Mario Segni

MILANO . Dal mondo degli arbitri di serie A, arrivano due candidati alle elezioni del 27 marzo. Ma stavolta Berlusconi non c’ entra. Angelo Amendolia, messinese, assicuratore, 43 anni da compiere il 26 settembre, che dirige in A dal 26 aprile ’ 87, si presenta come indipendente nella lista dei progressisti del Collegio 4 della Sicilia, che comprende Milazzo, le Isole Eolie e altri venti comuni. Mariano Schiavon, uno dei guardalinee italiani piu’ preparati (ha conquistato nel ’ 92 la qualifica di internazionale), sindaco di Ponte San Nicolo’ (Padova) dall’ 80, si presenta invece come candidato nel collegio 17 Veneto 1 per il “Patto per l’ Italia” di Mario Segni. La prima conseguenza della scelta di candidarsi e’ stata la sospensione di Amendolia e Schiavon dalla loro attivita’ arbitrale. Paolo Casarin, l’ uomo che designa ogni domenica arbitri e guardalinee delle diciotto partite di serie A e B, li ha “congelati” fino al 28 marzo: “O arbitri o politici, il caso non si discute nemmeno”, ha osservato Casarin. Fin qui la Federcalcio, guidata da un presidente onorevole (ma Matarrese ha deciso di non ricandidarsi alle prossime elezioni), aveva sempre consentito un impegno politico a livello locale da parte degli arbitri: il presidente dell’ Associazione italiana arbitri, il notaio Salvatore Lombardo, e’ stato eletto in novembre sindaco di Marsala, senza per questo perdere la sua carica sportiva; alcuni direttori di gara (per esempio, Pairetto a Nichelino) sono assessori nei loro comuni. Ma la federazione ha ritenuto che una candidatura alle elezioni politiche fosse incompatibile con l’ attivita’ arbitrale. Amendolia ha diretto 93 partite in serie A, l’ ultima per ora e’ sta ta Roma Milan (0 2) del 6 febbraio. Mariano Schiavon, come guardalinee, ha una storia atipica: fino all’ 85 ha arbitrato in serie C, giocandosi la promozione in serie A, in un Taranto Salernitana (2 1) che fece scalpore. Schiavon annullo’ un gol valido agli ospiti, convalidando invece il raddoppio (dubbio) del Taranto. Sull’ episodio ci fu addirittura un esposto alla Pretura di Salerno. Dall’ 86 (prima partita in A, Brescia Empoli del 14 dicembre) Schiavon si e’ riciclato come guardalinee, fino a diventare internazionale. Ma anche da guardalinee commise una gaffe clamorosa: l’ 1 dicembre ’ 91, in Inter Milan (1 1), non si accorse del gol con il quale Van Basten porto’ in vantaggio i rossoneri. L’ arbitro Pairetto riusci’ a rimediare alla svista. Il precedente piu’ famoso di arbitro onorevole rimane quello di Concetto Lo Bello, il direttore di gara piu’ popolare del calcio italiano, che fu eletto nelle liste della Dc nel ’ 72, quando ancora non aveva abbandonato l’ attivita’ arbitrale: ando’ in pensione soltanto nel ’ 74, dopo aver diretto 328 partite in serie A. Ma erano altri tempi. Lo Bello venne riconfermato per le tre legislature successive.

(22 febbraio 1994) – Corriere della Sera

Buone Feste dalla Pro Loco di Pace del Mela


Il Presidente Francesco Leone,
il Segretario, il Consiglio di Amministrazione, e tutti i soci
Augurano alla Cittadinanza e a tutti i lettori del Sito

Buon Natale
e

Felice 2012

Coordinamento Ambientale Tutela del Tirreno - COMUNICATO STAMPA

ricevuto
Associazioni e Comitati chiedono al Presidente della Provincia ed ai Sindaci dei Comuni interessati di ritirare la firma sul protocollo di intesa con Terna

E’ l’ennesimo appello, molto accorato, quello rivolto oggi dai Comitati e le Associazioni al Presidente della Provincia On. Ricevuto ed ai Sindaci del comprensorio tra Villafranca e Pace del Mela, per ritirare, in autotutela, la firma sul protocollo di intesa stilato con Terna S.p.,A., nel 2007. Lo scopo è quello di bloccare il progetto di Elettrodotto Terna a 380 KV che tutti temono di prossimo avvio. La richiesta è stata lanciata in occasione del Convegno, svoltosi oggi 3 dicembre presso la Chiesa di Archi, organizzato dal T.S.C. di Pace del Mela, proprio sull’inquinamento elettromagnetico, con l’intervento del Responsabile dell’Ufficio Speciale per le Zone ad Alto Rischio Ambientale dott. Ninni Cuspilici. Erano presenti tutte le associazioni maggiormente impegnate nel contrasto dell’imponente opera: P. Trifirò del TCS che ha introdotto i lavori, il dott. Andaloro dell’OMS di Milazzo, Nino La Rosa del Coordinamento Ambientale Tutela del Tirreno, Angela Bianchetti del Comitato Cittadini Pacesi per la Vita, Gianni Mento dell’Associazione MAN, Giorgio Matalone del Comitato No Eletrrodotto a Serro, Mario Barresi del Circolo Campanella Serro, Angelo Torre del Movimento Azzurro Milazzo, Peppe Maimone dell’ADASC, Assunta Sciacca di Cittadinanza Attiva e tanti altri. Presenti anche Elena Caragliano di IdV e Raffaella Spadaro dei Verdi. Da tutti una unica richiesta: il progetto di Elettrodotto va rivisto perché non è possibile aggravare la già drammatica criticità ambientale della Valle del Mela e non è possibile che un’opera di così alto impatto ambientale non venga discussa con il maggior numero di cittadini ed associazioni che vivono ed operano in questo territorio.
Adesso si attende la convocazione del Consiglio Provinciale straordinario che, si spera, dovrà affrontare l’argomento in seduta aperta con la partecipazione delle associazioni; intanto il Sindaco di Pace del Mela Sciotto, presente al convegno con la Presidente del Consiglio Marina Marsala e l’Assessore Bottaro, ha annunciato che il Comune si farà carico di convocare a Conferenza dei Servizi con tutti i Comuni interessati, la Provincia, la deputazione regionale e le associazioni per trovare una soluzione al problema. Il dott. Cuspilici ha annunciato che presto l’argomento sarà affrontato in sede di Ufficio Speciale con la probabile creazione di un Forum che affronti le tematiche emerse nel convegno.

Terna: l’Opera dei pupi

Terna
Falsità, Omissioni e Contraddizioni

Gentilissimi compaesani,
l’11 Aprile 2011, diverse associazioni pacesi, insieme ad altrettante associazioni presenti nel territorio provinciale costituiscono il Coordinamento Ambientale del Tirreno, a Pace del Mela nasce il Comitato Cittadini per la Vita.

La stessa sera notiamo “casualmente” che il “Gano di Magonza” si presenta al pubblico con un articolo di PANORAMA vecchio di almeno 20 anni, cercando di deviare il discorso “Elettrodotto” con idee più o meno folli sulla produzione energetica, solo per annoiare i presenti e far perdere tempo.

Nel frattempo NOI ci siamo impegnati, sacrificando le nostre famiglie, il nostro lavoro, le nostre nottate, al punto che la politica si è accorta di noi, si sono accorti i consiglieri comunali di opposizione, si sono accorti i partiti, si sono accorti i consiglieri provinciali, tutti insieme ad appoggiare le nostre tesi, “la salute dei cittadini prima di tutto”.

Si è accorta di NOI anche Terna, con diversi incontri i dirigenti cercavano di convincerci che l’elettrodotto non avrebbe inquinato, ma noi non crediamo alle favole, si è accorto di Noi anche il Sindaco e la giunta, e di fronte alle telecamere di emittenti nazionali e locali dichiaravano la piena disponibilità al referendum consultivo, lo stesso Sindaco aveva già calcolato la data del 18 Dicembre 2011 deliberando prima 4000 Euro e successivamente altre 20.000 Euro proprio per finanziarlo.

Il Comitato cittadini per la vita, con una petizione firmata da 820 pacesi invitavano l’intero consiglio comunale ad avviare l’iter referendario, l’impegno viene immediatamente accettato dal gruppo di opposizione, poi dall’intero consiglio comunale ed infine solo dal gruppo di opposizione, infatti lo scorso 17 ottobre i consiglieri Campagna Salvatore, Amendolia Adriana e la Presidente Marsala Marina si astengono, ma la proposta referendaria viene approvata con i voti di tutta l’opposizione compatta.

E il Referendum? Rimane misteriosamente nel cassetto del Sindaco, che invece di dichiarare la data ufficiale trasmette le competenze al suo staff (casualmente ha un conflitto d’interessi), si perde ancora tempo vengono stornati i fondi del Referendum e alla buon ora rispunta il GANO, stavolta gli è sviluppata la scienza e propone una petizione.

Si presenta con aspetto apolitico ed apartitico, anche se era il segretario del PD alle amministrative 2008, fa intendere che una petizione presentata oggi, al Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, scavalchi qualsiasi problematica italiana per favorire proprio Pace del Mela, dichiara apertamente di volere le compensazioni, forse Gramsci, Togliatti e Berlinguer leader politici in cui ha militato, ma anche Peppino Impastato e i recenti Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Rosario Livatino si saranno rivoltati nella tomba, i loro sacrifici umani non ci hanno insegnato nulla.

A cosa servono le compensazioni? Lo chiediamo al Gano e lo chiediamo anche al Sindaco, forse è vero “pi motti si ’nchiudunu i potti e pi vivi Diu pruvvidi”, una petizione è un’arma debole, ma conferma una lite nei confronti di Terna, e nella lite non ci saranno compensazioni pubbliche, quelle private forse sono già state incassate! Intanto il Gano un ringraziamento deve darlo, la sua Berta è stata promossa capoarea! Infine si continua ad omettere che Terna con comunicazione del 31/10/2011 si dichiarava disponibile a cambiare tracciato, come mai nessuno ne parla? E come mai il Sindaco è fuggito alla conferenza dei servizi senza dare risposte ai consiglieri provinciali? E ancora come mai non è stata revocata in autotutela la delibera di giunta (squisitamente PD) del 31/01/2007 che firmava il protocollo d’intesa con Terna? Cosa c’entrano i consiglieri comunali dei paesi limitrofi con le problematiche pacesi?

Pace del Mela deve sapere cosa si è orchestrato contro i propri cittadini, ambientalisti (o affaristi) che ci accusano di protagonismo, si creano tavoli tecnici per deviarci, minacce ed insulti, solo per farci tacere, ma NOI restiamo uniti e compatti, NOI abbiamo un’obiettivo comune, la salute dei cittadini prima di tutto

Comitato Cittadini Pacesi per la Vita.

“Servizio Pubblico” sfonda sin dalla sua prima puntata

Servizio Pubblico
ROMA – Per il momento Servizio Pubblico, la nuova trasmissione di Michele Santoro, dimostra di voler partire da Annozero. La prima puntata della nuova trasmissione non si discosta molto dall’ultima fatta in Rai. Cambia l’atmosfera: un Santoro meno teso, con meno vincoli da rispettare; ospiti di sua scelta (il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e l’imprenditore Diego Della Valle) ma non necessariamente famosi: ampio spazio è stato dato a due giovani “indignati”. Inoltre la puntata è stata caratterizzata dalla presenza di Valter Lavitola, con una lunga intervista fatta nel Paese in cui il latitante si nasconde, unita ad un collegamento via satellite, in cui è stato dato ampio spazio a Lavitola per dare la propria versione dei fatti. Una versione dei fatti che mostra bene il carattere dell’uomo: scaltro, capace di mentire senza problemi, alla ricerca del modo di salvare sia se stesso che Silvio Berlusconi (divertente e comico quando afferma che il premier “non ha dimestichezza col potere”).
Poi i punti fermi: il servizio di Sandro Ruotolo. E gli interventi di Marco Travaglio che diventano due: uno all’inizio con “la balla della settimana” (e in questo caso era il fatto che TV e giornali controllati dal premier hanno travisato e manipolato le parole del giudice siciliano Antonio Ingroia) e uno al centro della puntata col suo editoriale, in questo caso sugli sprechi della politica.
Per non dimenticare Vauro, nella sua veste di “Padre Indignato”, con tanto di saio e con “i cordoni che mi girano”. E naturalmente le sue vignette, con il solito spirito dissacrante con cui “picchia” a destra e a sinistra, senza risparmiare nessuno.
I risultati si sapranno solo in giornata. Ma sarà difficile valutarli, perchè le rilevazione su Internet non sono facili. In più la notevole dispersione (reti locali, Sky) delle piattaforme, pur essendo stato un importante esperimento (e forse la più interessante novità), renderà difficile sommare i vari risultati. Finora l’unico dato certo sono quasi i 100 mila contatti unici del sito “Serviziopubblico.it”. Ma poi bisogna vedere Repubblica, il Corriere e Il Fatto Quotidiano che hanno fatto come share.

di Antonio Rispoli

Ricordiamo che in Sicilia Servizio Pubblico è trasmesso da Antenna Sicilia

Elettrodotto Terna, si chiede il referendum anche per San Pier Niceto

Protesta Terna

Si compattano le azioni di contrasto alla realizzazione dell’Elettrodotto Terna “Sorgente-Rizziconi”. Dopo Pace del Mela, a San Pier Niceto in consiglio comunale l’opposizione chiede di adottare lo strumento del refendum.

Il Comune tirrenico ha già firmato con Terna un accordo per la realizzazione di un’opera compensativa che sorgerà in contrada Serro. Ma l’opposizione non ci sta e non intende rinunciare a chiedere una più “congrua contropartita”. Per questo il consigliere Francesco Ruggeri ha chiesto di predisporre un referendum anche a San Pier Niceto in modo da costringere l’Amministrazione Comunale, guidata dal sindaco Franco Pitrone, a revocare l’accordo con Terna.

Si compattano così le azioni dei comuni della fascia tirrenica interessati dalla costruzione dell’Elettrodotto. Dopo le forti proteste di Pace del Mela, si invoca la sinergia di intenti tra tutti i centri coinvolti nel progetto di Terna.